Il nunzio





Il ronzio di un bombo suscita nel Poeta pensieri di solitudine e di morte, e l'insetto diventa messaggero di misteriose verità che l'uomo non può pensare.

Nota di Lunaria: anche in Dino Buzzati, nel racconto "Lo scarafaggio" (a mio parere, uno dei racconti più belli di Buzzati), l'insetto diventa "il tramite" tra la Morte e il mondo degli uomini.


Un murmure, un rombo...

Son solo: ho la testa
confusa di tetri
pensieri. Mi desta

quel murmure ai vetri.
Che brontoli, o bombo? (1)

che nuove mi porti?

E cadono l'ore (2)
giù giù, con un lento
gocciare. Nel cuore
lontane risento
parole di morti...

Che brontoli, o bombo?

che avviene nel mondo?
Silenzio infinito.
Ma insiste profondo,
solingo smarrito,
quel lugubre rombo.


1) Il bombo è un insetto, giallo e nero; volando produce un forte ronzio.
2) Dal campanile vengono i rintocchi dell'orologio, lenti e sonori, come gocce che cadono pesanti.





La cucitrice





L'alba per la valle nera (1)
sparpagliò (2) le greggi bianche:
tornano ora nella sera
e s'arrampicano stanche:
una stella le conduce.

Torna via dalla maestra (3)
la covata, (4) e passa lenta:
c'è del biondo (5) alla finestra
tra un basilico e una menta:
è Maria (6) che cuce e cuce.

Per chi cui e per che cosa?
un lenzuolo? un bianco velo?
Tutto il cielo è color rosa,
rosa e ora, e tutto il cielo
sulla testa le riluce.

Alza gli occhi dal lavoro:
una lagrima? un sorriso?
Sotto il cielo rosa e oro,
chini gli occhi, chini il viso,
ella cuce, cuce, cuce.

1) Ancora immersa nella notte.
2) Nei pascoli.
3) Dalla strada maestra.
4) Il gruppo di bambini che torna da scuola, come pulcini attorno alla chiocchia.
5) La testa bionda della ragazza cucitrice.
6) è la sorella del Poeta.



Sera festiva





è il discorso di un bimbo colpito perchè la mamma non partecipa alla gioi di una vigilia festosa. Ma il giorno di festa è anche l'anniversario della morte del fratellino e la mamma è chiusa in quel ricordo che a poco a poco va delineandosi anche nel bambino. Alla fine di ogni strofa le onomatopee "din don dan" vogliono riprodurre lo scampanio di festa, ma finiscono per trapassare nei rintocchi di un lontano funerale.

O mamma, o mammina, hai stirato
la nuova camicia di lino?
Non c'era laggiù tra il bucato,(1)
sul bossolo (2) o sul biancospino.
Su gli occhi tu tieni le mani...
Perchè? Non lo sai che domani...?
din don dan, din don dan.

Si parlano i bianchi villaggi (3)
cantando in un lume di rosa (4):
dall'ombra de' monti selvaggi
si sente una romba (5) festosa.

Tu tieni a gli orecchi le mani...(6)
tu piangi; ed è festa domani...
din don dan, din don dan.

Tu pensi... Oh! ricordo: la pieve...(7)
quanti anni ora sono? una sera...
il bimbo era al freddo, di neve;
il bimbo era bianco, di cera:
allora sonò la campana
(perchè non pareva lontana?)(8)
din don dan, din don dan.

Sonavano a festa,(9) come ora,
per l'angiolo: il nuovo angioletto
nel cielo volava a quell'ora;
ma tu lo volevi al tuo petto,
con noi, nella piccola zana (10):
gridavi(11); e lassù la campana
din don dan, din don dan.(12)


1) Un tempo i panni lavati si stendevano sulle siepi per farli asciugari al sole.
2) Il bossolo è un arbusto sempreverde.
3) Le campane dei villaggi, suonando, sembrano intrecciare tra loro un colloquio.
4) La luce dell'ultimo sole, mentre l'ombra della sera già copre il fondovalle.
5) Il suono delle campane.
6) Perchè la madre non vuole sentire quel suono festoso che contrasta col suo dolore.
7) La chiesa parocchiale, dove è stato celebrato il funerale.
8) "Perchè quella campana da morto non suonava in un altro paese, e non nel nostro?" avrebbe infatti indicato che la morte avrebbe colpito qualcun'altro e non il fratellino.
9) Perchè un bimbo innocente saliva al cielo.
10) è la culla.
11) Per la disperazione.
12) Ecco che il risuonare della campane a festa, presente nelle prime strofe, nell'ultima diventa il rintocco delle campane a morto.



Romagna




Sempre un villaggio, (1) sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l'azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui (2) regnarono Guidi e Malatesta, (3)
cui tenne (4) pure il Passator cortese, (5)
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando (6)
va la tacchina con l'altrui covata (7),
presso gli stagni lustreggianti (8), quando
lenta vi guazza l'anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l'urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio (9) dell'aie;

mentre il villano (10) pone dalle spalle
gobbe (11) la ronca (12) e afferra la scodella, (13)
e'l bue rumina nelle opache (14) stalle
la sua laboriosa lupinella.(15)

da' borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo (16), alla quiete, al santo
desco fiorito d'occhi di bambini. (17)

Già m'accoglieva in quelle ore bruciate
sotto l'ombrello di trine (18) una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d'estate
co' suoi pennacchi di color di rosa;

e s'abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove, immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; (19) o mi vedea presente
l'imperator nell'eremitaggio. (20)

E mentre aereo mi poneva in via
con l'ippogrifo (21) pel sognato alone, (22)
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati
de' grilli il verso che perpetuo trema, (23)
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema. (24)

E lunghi, e interminati, erano quelli (25)
ch'io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettìo d'uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive, (26)
tutti tutti migrammo un giorno nero; (27)
io, la mia patria or è dove si vive (28):
gli altri son poco lungi; in cimitero. (29)

Così più non verrò per la calura
tra què tuoi polverosi biancospini,
ch'io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini, (30)

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator Cortese,
re della strada, re della foresta.


1) San Mauro di Romagna, dove il Poeta era nato.
2) Su cui.
3) I conti Guidi furono potenti feudatari della Toscana, con possedimenti anche in Romagna; i Malatesta furono signori di Rimini e Cesena.
4) Che dominò.
5) Stefano Pelloni, il famoso bandito romagnolo, detto "Il Passatore" dal mestiere di traghettatore del padre, chiamato "Cortese", perchè fece qualche azione in favore dei diseredati.
6) Il verso del tacchino sembra un singhiozzo.
7) La tacchina fa spesso da chioccia ai pulcini delle galline.
8) Che luccicavano sotto il sole.
9) A mezzogiorno i contadini si riposano.
10) Il contadino.
11) Incurvate dal lavoro.
12) Roncola.
13) è il momento del pranzo.
14) Ombrose.
15) "Laboriosa" perchè la lupinella è un foraggio che per essere
digerito richiede una faticosa masticazione.
16) Frescura ombrosa.
17) La mensa è circondata dai bambini che la rallegrano coi loro occhi vivaci.
18) L'intreccio delle foglie della mimosa, simili a un pizzo.
19) Seguiva con la fantasia le avventure di Guidone Selvaggio e di Astolfo, paladini di Carlo Magno e personaggi di poemi cavallereschi.
20) Immagina di trovarsi nella villa chiamata l'Hermitage, a Sant'Elena, mentre Napoleone detta le sue memorie.
21) L'ippogrifo è il cavallo alato con il quale Astolfo giunse sulla Luna ("Orlando Furioso").
22) "Il sognato alone" è il cerchio sfumato di luce che circonda la Luna.
23) Risuona tremulo.
24) Il gracidare delle rane, come un canto senza fine.
25) Riferito alle Poesie che Pascoli meditava di comporre.
26) Nel novembre del 1871, la famiglia Pascoli lasciò San Mauro per trasferirsi a Rimini, come le rondini che sorprese dall'inverno devono lasciare in fretta il loro nido.
27) L'angoscia di lasciare il tetto paterno.
28) Ora il Poeta deve stare dove può per procacciarsi da vivere.
29) I genitori e i fratelli morti. "Lungi" perchè sepolti nel vicino cimitero, ma anche perchè dalla vita alla morte il passo è breve.
30) Il cuculo depone le uova nel nido degli altri uccelli; così, nella casa paterna del Poeta ora vivono altre persone.



Anniversario






Il ricordo della madre fu sempre accorato e presente nel Pascoli che per 5 anni consecutivi, nel giorno del suo compleanno (il 31 dicembre) lo concretizzò in una serie di sonetti.

Sono più di trent'anni e di queste ore,
mamma, tu con dolor m'hai partorito;
ed il mio nuovo piccolo vagito
t'addolorava più del tuo cuore.

Poi tra il dolore sempre ed il timore,
o dolce madre, m'hai di te nutrito:
e quando fui del corpo tuo vestito,(1)
quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore;

allor sei morta; e son vent'anni: un giorno!(2)
e già gli occhi materni io penso a vuoto;(3)
e il caro viso già mi si scolora,(4)

mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
freddo de' morti, nel tuo sogno immoto,(5)
tu m'accarezzi i riccioli d'allora.



1) "Ebbi la vita dal tuo corpo"
2) Quei vent'anni sono passati veloci come un giorno.
3) Non li ricordo più esattamente.
4) Impallidisce, sbiadisce, nella memoria.
5) Nel ricordo dei figli.



Rio Salto




Fin da ragazzo Pascoli fu attratto dai poemi cavallereschi, in questo sonetto ricorda quando fantasticava sulle avventure dei cavalieri medievali. Il Rio Salto è un torrente che costeggia Sam Mauro.

Lo so: non era nella valle fonda
suon che s'udia di palafreni andanti: (1)
era l'acqua che giù dalle stillanti
tegole a furia percotea la gronda.

Pur via e via per l'infinita (2) sponda
passar vedevo i cavalieri erranti;
scorgevo le corazze luccicanti,
scorgevo l'ombra galoppar sull'onda. (3)

Cessato il vento poi, non di galoppi
il suono udivo, né vedea tremando
fughe remote al dubitoso lume; (4)

ma voi soli vedevo, amici pioppi!
Brusivano soave tentennando
lungo la sponda del mio dolce fiume.

1) Il suono che si udiva nelle valli non era quello dei cavalli al galoppo. I palafreni sono i cavalli dei cavalieri medievali.
2) Nell'immaginazione infantile il paesaggio diventa sterminato.
3) L'acqua del torrente riflette l'immagine dei cavalieri al galoppo.
4) In un'incerta penombra.





Il maniero





Te sovente, o tra boschi arduo (1) maniero,
popolai di baroni e di vassalli,
mentre i falchetti udia squittir su' gialli (2)
merli e radendo il baluardo (3) nero.

Pei vetri un lume trascorrea leggiero,
e nitrivano fervidi (4) i cavalli:
a uno squillo (5) che uscia giù dalle valli,
apria le imposte il maggiordomo austero;

e nel fosso stridea la fragorosa
saracinesca (6). Or tu, canto divino,(7)
sceso con l'ombre nel mio cuor cadenti,(8)
dove sei? Di tramonti, ora, pensosa,
là sur un torvo giogo d'Apennino
qualch'elce nera (9) lo ripete ai venti.(10)


1) Su un alto poggio.
2) è il colore della roccia corrosa.
3) I bastioni o un alto terrapieno.
4) "Fervidi" sta per "Focosi".
5) Per indicare l'arrivo del feudatario.
6) Quella del ponte levatoio.
7) I sogni giovanili del poeta rivolti al mondo cavalleresco.
8) Tramontato con l'ombra della sera e, simbolicamente, al tramonto della giovinezza.
9) Leccio.
10) Lo stormire delle fronde è una muta continuazione dei sogni giovanili che ora si sono incupiti.